Multiple Unrealities di Alessandro Giannì arriva a Hong Kong: un'intervista

Nella sua ultima mostra Multiple Unrealities, la prima a Hong Kong, Alessandro Giannì esplora il confine tra reale e virtuale, tra intuizione e tecnologia, dando vita a opere che sfidano la percezione dello spettatore. L’esposizione consente al pubblico orientale l’incontro con un artista che ormai, nel nostro paese, sa far parlare di sé sia artisti che collezionisti, aggiungendo un tassello importante per la crescita artistica e personale di un pittore che già ha dimostrato di meritare un suo ben delineato spazio nello scenario dell’arte pittorica contemporanea, e non solo italiana.  Il dialogo tra pittura tradizionale e intelligenza artificiale si fa sempre più intenso, portando a una riflessione sulla frammentazione della realtà e sulla sua rappresentazione artistica. In Giannì si rinvengono, da una parte, i capisaldi fondanti della tradizione pittorica italiana, come la fedeltà alla rappresentazione della figura umana, e dall’altra un bagaglio di strumenti che consente a questo artista di porsi ben oltre l’avanguardia, bruciando i venti anche delle correnti postmoderniste per approdare ad un suo preciso laboratorio di visioni e di tecniche idonee per realizzarle, dinamico e originale. In questa intervista, l’artista racconta come il tema della mostra si intrecci con la sua ricerca più recente, come l’allestimento abbia influenzato la lettura delle sue opere e quale sia il ruolo del pubblico nell’esperienza artistica.

 

 In che modo il tema della mostra Multiple Unrealities dialoga con la tua ricerca artistica recente? È un’evoluzione di lavori precedenti o segna un cambio di direzione?
Il tema delle mie mostre è sempre strettamente legato alla mia ricerca artistica. In questa serie di lavori è sicuramente visibile un cambiamento, dove vengono accorpati insieme più aspetti del mio lavoro.

 L’allestimento della mostra ha cambiato il modo in cui vedi il tuo stesso lavoro? Ci sono stati dettagli che hanno assunto un nuovo significato una volta inseriti nello spazio della galleria?
Nel momento in cui vedi la tua mostra allestita, realizzi se quello che hai fatto è realmente rilevante. I punti di forza del tuo lavoro sono valorizzati al massimo, ma anche eventuali debolezze e imperfezioni vengono a galla: le opere assumono un aspetto completamente diverso rispetto a quando sono in studio e si crea quella distanza.

 C’è un’opera in particolare nella mostra che senti più vicina o che pensi abbia avuto un impatto particolare sul pubblico?
Dissolution and Rebirth: un’opera di quasi quattro metri per tre, che segna un passaggio importante del mio lavoro, perché fa confluire più aspetti della mia ricerca pittorica e artistica.

Come hai vissuto l’esperienza dell’opening della tua mostra alla Tang Gallery

L’opening è un momento speciale in cui percepisci la reazione del pubblico e degli addetti ai lavori, che fortunatamente è stata positiva e calorosa. È sempre piacevole essere accolti da una cultura diversa e mostrare il proprio lavoro in un altro continente.

Hong Kong ha una scena artistica molto dinamica e internazionale. Hai notato differenze nel modo in cui il pubblico asiatico recepisce il tuo lavoro rispetto a quello europeo?
Il pubblico asiatico ha altri strumenti per decifrarlo e perciò lo recepisce in maniera diversa, probabilmente con meno sovrastrutture.

Quanto conta per te la reazione dello spettatore di fronte ai tuoi dipinti?
Vorrei che non ci fosse indifferenza, cosa che io stesso provo molto spesso quando vedo opere contemporanee. Mi piacerebbe molto se qualcuno continuasse a pensare a quello che ha visto anche quando torna a casa o nei giorni successivi, come quando vedi un bel film che ti rimane in testa. Credo che l’arte visiva debba entrare di più nelle vite delle persone, come accade nella musica e nel cinema.

La tua pittura spesso esplora la relazione tra umano e tecnologia. Pensi che esporre a Hong Kong – una città così iperconnessa e tecnologicamente avanzata – aggiunga nuovi livelli di lettura alle tue opere?
La tecnologia nel mio lavoro è sempre uno strumento per creare opere che abbiano una propria aurea, che siano loro stesse “tecnologia”. Il luogo geografico dove vengono esposte fa poca differenza; mi interessa più che il pubblico guardi le mie pitture in quanto tali, piuttosto che soffermarsi sull’aspetto legato alla tecnologia.

Quando inizi un nuovo dipinto, hai già un'immagine chiara in mente o il lavoro si sviluppa in modo più spontaneo?
Dipende dall’opera. Quando creo uno sketch con VASARI, la mia IA personalizzata, l’immagine del dipinto è già chiara almeno in parte, ma non è assolutamente progettata. Ho creato questa IA proprio per trovare senza cercare, per avere altre versioni di me stesso da cui attingere ed evitare il più possibile la progettazione di un’opera d’arte. Ci sono poi altri lavori più gestuali che prendono forma autonomamente; io sono sempre il primo ad essere sorpreso dal risultato finale.

Il caso ha un ruolo nel tuo modo di dipingere, oppure cerchi di mantenere sempre il controllo?
Non credo nel caso; ci sono delle forze che guidano il mio lavoro e io le assecondo. Non so mai esattamente cosa sto facendo e a volte lo comprendo più tardi nel tempo, ma mai completamente.

Ci sono momenti in cui il dipinto sembra "sfuggirti di mano" e prendere una direzione inattesa?
No, in realtà no, ma allo stesso tempo non mi sento di essere io ad avere davvero il controllo. È come se fossi dentro un treno che sta viaggiando: posso muovermi all’interno dei vagoni, ma la destinazione non posso cambiarla.

 Le immagini digitali e l’intelligenza artificiale influenzano il tuo lavoro? In che modo?
Certamente, sono sempre stato attratto dalle nuove tecnologie, dalle immagini digitali e dagli schermi. Credo che queste opere siano in grado di creare una rottura con la realtà in un modo simile agli schermi di oggi, ed è questo che cerco nei miei lavori: vorrei creare una rottura netta con la realtà, perché solo in questo modo si può aprire uno squarcio sulla verità.

Nel tuo immaginario, che ruolo ha il rapporto tra umano e tecnologia?
La tecnologia può essere uno specchio per comprendere meglio la natura umana e le nostre potenzialità. Tuttavia, c’è un paradosso: il progresso tecnologico avanza a un ritmo più veloce rispetto all’evoluzione dell’essere umano e alla sua consapevolezza, e questo potrebbe farci regredire o addirittura estinguere.

La tua pittura sembra esplorare una realtà frammentata e stratificata. Quanto è importante per te rappresentare il mondo in questo modo?
È fondamentale e non riuscirei a fare diversamente. La realtà è un intreccio di visioni che si sovrappongono. Nella mia pittura, cerco di restituire questa complessità, di mostrare la realtà nella sua multidimensionalità.

Pensi che l’arte debba ancora cercare di rappresentare la figura umana, oppure credi che il futuro dell’arte sia più astratto e concettuale?
Credo che la figura umana sia centrale da quando l’uomo ha iniziato ad esprimersi con il segno, e credo che sarà sempre così, con alcune parentesi nel mezzo.

Ti capita mai di guardare un tuo dipinto dopo tempo e vederci qualcosa di completamente nuovo?
Assolutamente sì, mi capita continuamente e alimenta anche le altre opere in fase di realizzazione.

Credi che il digitale cambierà radicalmente la pittura, o sarà sempre necessario il contatto fisico con la tela?
La tecnologia può cambiare il modo di fare arte o di dipingere, come è già successo con la fotografia e con le altre tecnologie, ma non credo che il contatto con la materia verrà mai sostituito, anche se potrà essere emulato.