Sylvia Plath, “Diari”

I diari di Sylvia Plath sono forse la lettura più complessa che io abbia mai affrontato. Li ho letti poco per volta, con esasperata lentezza, ritrovandomi a prendere molti appunti durante la lettura: nessuno dei miei libri è mai stato tanto sottolineato né tanto scritto.

I diari sono stati censurati dal marito, Ted Hughes, e in parte anche dalla madre di lei, ripuliti dalle parti meno pubblicabili (e alla luce delle scoperte più recenti riguardo gli abusi subiti dal marito ci si chiede ancora di più quanto siano stati compromessi).

Ebbene, i diari, benché amputati, non perdono una forza tale da tramortire il lettore, ammettendolo alla contemplazione dei pensieri più intimi di un’anima smisurata.

Sylvia Plath è giovane e vasta, vastissima, non può comunque essere arginata, nonostante le censure. Solitamente, salvo casi eccezionali, i giovani non sono tanto vasti: le conoscenze ma, soprattutto, le esperienze del mondo sono ancora limitate e le loro rielaborazioni si trovano ancora sotto l’influsso di fisiologici ideali e ardori. Sylvia Plath si è tolta la vita che non aveva ancora compiuto i trentun anni, è sempre rimasta giovane, non è mai invecchiata, eppure è sempre stata vasta quanto la somma di tutti gli oceani. La sua esperienza delle cose del mondo e del loro effetto sulle persone ha del miracoloso, e fin da giovane è stata capace di sbucciare la realtà per osservarne direttamente la polpa.

Lei stessa, nei diari, si augura di scrivere un libro che possa essere «denso e duro e per l’amor di dio, non sentimentale». Scriverà “La campana di vetro”, in cui raggiungerà l’obiettivo agognato, che non viene disatteso neanche con questi diari.

Per me la densità non è altro che una sfaccettatura della vastità. I diari sono un compendio delle grandi indagini che uno scrittore possa compiere: vi si trovano la vivisezione del dolore, del desiderio e dell’amore, vi si trovano la morte e il lavoro, l’esercizio degli obblighi mondani e la solitudine più disperante, la deplorevole mediocrità della vita domestica e intense sensazioni corporee, anzi, vi si trova molto corpo, in ogni suo aspetto anche meno lusinghiero, trovandovisi persino le caccole della poetessa, che essa stessa cita senza censurarsi. Tutto nei diari è raccolto e ha la stessa dignità di assumere la sua forma scritta. Non mi sorprende di aver trovato il materiale per il “giovane scrittore”, poiché dopotutto la letteratura era l’amore, il talento e la professione di Sylvia Plath, e di aver scoperto che i diari sono un testo letto e studiato persino dagli aspiranti psicologi.

Per quanto riguarda la durezza, i diari ne offrono numerosi esempi, quasi tutti autoreferenziali, dal momento che con se stessa Sylvia Plath è di una durezza crudele.

Si susseguono e accavallano in gran numero imperativi fra cui spiccano i «devo», «devo», «devo». Sylvia Plath si impone una disciplina incredibilmente difficile da seguire, frustrante, dettata, forse, dai percorsi vacillanti e tortuosi della sua esistenza, che lei definisce fluttuante, fluida e arcana. Come si affrontano l’apatia e la costante paura se non dandosi regole tanto ferree quanto impossibili da seguire? Come sconfiggere il mostro se non con la sana e ripetibile serie di attività lecite ed utili: studiare francese, studiare tedesco, scrivere almeno quelle pagine, ogni giorno, cucinare, pulire la casa, essere una brava moglie, adempiere al proprio dovere di donna sposata? Dopotutto, dicono che si debba mangiare il pane quotidiano per essere liberati dal male.

Ma la severità della disciplina plathiana, che aumenta col passare del tempo, è sintomo anche dell’incessante lotta con se stessa. Sylvia Plath parla di «autovenerazione» e «autoripugnanza» che si alternano senza posa. Lei, da prodigio della letteratura, è ben consapevole del proprio valore, eppure è costantemente vittima della propria insicurezza che le fa ripudiare quelle poesie, poi quei racconti, poi tutta la sua prosa, annientando la sua energia creativa, rendendole difficilissimo scrivere.

Eppure la si potrebbe definire regina delle immagini, lei che è capace di creare scene immediate, ricche di sensazioni fisiche e odori e colori, una mucca, le palpebre pesanti di Mrs. Spaulding, il profumo di vaniglia dentro una bottiglia marrone: «da lì partono le montagne incantate». E lei, in lettere maiuscole, fronteggia il suo arcano fluttuare con uno spaventoso «SCRIVI», ed è come se si stesse imponendo l’imperativo “vivi”, poiché  per lei scrivere equivale ad esistere: «se non avessi scritto nessuno mi avrebbe riconosciuta come essere umano. La scrittura, allora, era la mia sostituta: se non ami me, ama quello che scrivo, amami per questo».

Tuttavia, la lotta lacerante è anche con l’altro. Nei diari l’altro è quasi sempre un nemico che giudica, che giudica lei, la sua vita, il suo aspetto, i suoi scritti, ma che pur legittima la sua esistenza e il suo agire, poiché «sempre inoltre in aggiunta inevitabilmente e per sempre ci deve essere un Tu. Altrimenti non c’è l’Io, perché io sono il significato che la gente mi dà come essere, e non sarei nulla se non ci fossero gli altri».

Vedendola così accerchiata da ogni fronte, mai salva nemmeno dentro se stessa, risuonano ancora più tristi, e ancor più premonitrici, le parole con cui si aprono questi diari: «Forse non sarò mai felice». Si vorrebbe gridare leggendo poco dopo, nella stessa pagina di diario del luglio 1950, «E io non voglio morire».

I diari di Sylvia Plath creano il vuoto nel petto, facendo uscire l’interno con un grido. Non sono sentimentali, anche il terzo desiderio è esaudito.

Il dolore non è mai mostrato col cinismo soddisfatto di chi sa solo prostituirlo per attrarre lettori morbosi, no. Sylvia Plath può mostrarlo così com’è perché lo ha provato con ogni fibra del proprio corpo, ancor di più, lo ha studiato attraversandolo.

Sempre più, nel corso della lettura, il dolore cede alla paura, che cresce a dismisura e diventa «Paura, il dio maggiore». La gioia non è altro che «qualcosa di morto» e gli imperativi, sempre più martellanti, tuonano rabbiosamente disperati. L’animale Plath, forse prevedendo quella fine annunciata dalla prima riga, ha sporadiche e maligne impennate convulse, vuole, pretende quello che le spetta, prova odio per gli altri e per la vita mediocre, ma poi si acquieta e infine si spegne.